
Oggi è mercoledì.
Com’era da sempre mia abitudine, questa mattina ho ripreso ad alzarmi presto e consumare il mio momento di preghiera e subito dopo dedicarmi al mio allenamento. Erano un po’ di giorni che avevo mollato la presa a causa del cambiamento, della stanchezza e di alcune visite programmate ed alcune inaspettate (1).
È sempre stato un obbligo verso me stessa tenere alti ritmi di vita, come se il tempo, prezioso e frettoloso, non bastasse mai. E consapevole che prima o poi la scorta dedicatami dovrà finire.
Terminato l’allenamento ho fatto di corsa la doccia, preparato la colazione e il pranzo da portare in ufficio, sistemato per quanto mi è stato possibile la mia dimora, fatto fare pappa e i bisogni a Layla (che, povera bestia, ha eseguito il tutto ancora con gli occhi incollati), chiuso tutto e partita in direzione ufficio.
Come ogni volta che mi reco a lavoro, volevo arrivare in tempo per entrare prima possibile, per poi uscire prima possibile, una volta terminate le mie otto ore.
Do sempre molta importanza alla puntualità ed evito come la peste le perdite di tempo, ogni minuto per me è essenziale. Dunque, non avevo programmato nulla per il pomeriggio (meno che la seconda sessione di allenamento), ma per qualsiasi cosa mi sarebbe venuto in mente di fare, non avrei voluto sprecare neanche un attimo.
Una manciata di secondi dopo essermi allontanata dal camping mi sono ricordata di aver lasciato collegata alla presa, una ciabatta elettrica che era rimasta accesa.
Di norma non sono paranoica. Anzi, la Rita di qualche tempo fa avrebbe detto “ma sì che sarà mai, non succederà niente”. Invece in quel momento vai a capire cosa mi è capitato ma non riuscivo a togliermi dalla testa che sarebbe potuto succedere qualsiasi cosa di pericoloso.
Così sul piatto della bilancia dovevo scegliere se arrivare in ufficio più tardi rispetto all’orario che mi ero imposta, tornando indietro e mettere tutto in ordine, oppure strafregarmene e pensare, di nuovo, che non sarebbe successo nulla e magari ritrovarmi le ceneri di un cane che dormiva attorcigliata alla sua coperta di pile, senza una casa, senza il camper e, nei casi più drastici, senza neanche il campeggio.
Ma (ottimismo Ritaniano) (2), un caldo fuocherello per scaldare queste fresche serate di autunno emiliano.
Non ce l’ho fatta. Non è mai capitato, ma sono tornata indietro.
Rientrata in auto ho iniziato a schiacciare l’acceleratore e driftare per le strade del paese manco fossi a Fast and Furious, con tutti i vetri appannati e le foglie cadute dagli alberi sotto ai quali era parcheggiata l’auto che abbandonavano quest’ultima rendendo quella scappata una “caratteristica corsa autunnale”.
A un certo punto ho mollato il gas (quello dell’auto eh, che avevate capito?) e mi sono detta: ma perchè, capperi, devo andare per forza forte? Tanto ormai entrerò qualche minuto più tardi, al massimo questa sera sarò fuori dall’ufficio mezzora dopo, posso sfruttare quel tempo per conoscere meglio i miei colleghi, visto che non ci vediamo mai. Oggi infatti, avrei dovuto svolgere un’attività con un collega che ho sempre e solo sentito telefonicamente da cui avrò molto da imparare.
Una volta realizzato che non aveva senso correre come una scheggia impazzita per la tangenziale, ho respirato lentamente e come al solito sono entrata nel mio solito mood riflessivo: “io non voglio avere fretta. Io non voglio sperare che arrivi presto sera e magari non avere niente di interessante da fare se non tagliarmi le unghie dei piedi, solo perchè voglio che finisca presto il tempo in cui devo lavorare. Io non voglio vivere nell’aspettativa che arrivi il weekend. Io voglio amare il mio lavoro”.
Io non voglio queste cose soprattutto per un motivo: passano le ore, passano i giorni, le settimane, i mesi e i cambi stagione. Se questi passano le lancette dell’orologio vanno avanti anche per me ed io cresco, ora dopo ora, ritrovandomi da un momento all’altro con un anno in più. Quell’anno in cui avrei voluto fare un sacco di cose ma che non ho fatto perchè mi sono concentrata troppo sul desiderio che passasse il tempo, quindi non ho creato stimoli e depressa, al termine della giornata lavorativa, mi sono buttata sul letto, a fare…
…assolutamente niente!
Cullandomi magari del fatto che “c’è tempo, posso farlo domani, posso ricominciare lunedì. O il mese prossimo”.
La dieta, l’allenamento, la ricerca di una nuova sfida lavorativa, così come qualsiasi attività che ci imponiamo di riprendere o iniziare per il nostro benessere, non devono mai avere il presupposto di cominciare il lunedì, oppure il primo del mese o l’anno dopo, oppure ancora peggio “lo faccio quando ci saranno i presupposti meteorologici, temporali, economici, sociali, divini…” e chi più ne ha più ne metta.
Esiste il tempo giusto per ogni cosa e questo è appurato.
Ma ciò si riferisce all’importanza di evitare di bruciare le tappe.
Invece, aspettare ad oltranza che si incastrino tutti i presupposti per realizzare un sogno, non è mai il metodo giusto.
Che poi, i presupposti non si aspettano come le eclissi lunari o solari le quali sei consapevole che prima o poi capitano, basta mettere su due o tre calcoli (3) e puoi prevedere quando sdraiarti su un lettino nel terrazzo, con il telescopio, ad ammirarne lo spettacolo.
Quei presupposti di cui parliamo bisogna crearseli da soli. Con calma. Ma vanno creati. E lo spettacolo della nostra stessa vita lo osserveremo con i nostri stessi occhi anni più avanti, guardando indietro ed affermando soddisfatti: “guarda un po’ che cosa ho creato! Ho fatto un impero!”
Con un tempo infinito possiamo risolvere ogni problema, imparare tutto ciò che c’è da apprendere, visitare tutto il mondo e migliorare se stessi tanto da diventare perfetti. Ma dire che la singola vita è eterna, è un’utopia (4).
Quando viene fuori un desiderio, è quello il momento giusto. Non per esaudirlo. Ma per far sì che tutto inizi a combaciare per riuscire, finalmente, a raggiungerlo.
La giornata di oggi, infine, è stata sensazionale. Ho goduto di ogni istante di formazione per sentirmi meravigliosamente viva e perfettamente in grado di aprire la mia mente a qualcosa di nuovo. Non imparavo così tante nozioni da tempo e questa sensazione che ho provato oggi, quella che, felice, mi ha permesso di dire “io amo questo lavoro”, ve lo posso giurare, non la provavo da anni ed è stato fantastico.
Io non voglio perdere tempo.
Ma non voglio neanche avere fretta.
Siate attivi ma state calmi.
Buon salve!
(1) per una persona attiva come me è importante saper ascoltare quando il proprio corpo sta dicendo: “ehi tu! Cacchina!!! Che ne pensi se mi fai riposare le cosce a gambe all’aria? Sai, me le sento un po’ pesanti!”
(2) Allusione al pessimismo leopardiano, in chiave ironica.
(3) va beh forse qualcuno in più.
(4) Noi buddisti crediamo in infinite vite e nella reincarnazione ma ogni vita che viviamo è fine a se stessa, riparte azzerando i tempi e le conoscenze, riparte da zero. È come avere una seconda possibilità infinite volte ma giocarsela nel momento corrente, adagiandosi a questa opportunità, è un forte spreco per raggiungere l’illuminazione.
Il frazionamento perequato del tempo è una delle assurdità che gli umani moderni si sono autoinflitti (un secondo dal dentista vuoi dirmi che è come quello di un volteggio in un tuffo?)
Un’altra è quella dell’adottare ufficialmente delle unità di misura. Io vorrei misurarlo in tutt’altri modi, a seconda di come mi fa comodo: in bottiglie di birra, in canzoni, in caduta di foglie, eccetera.
Mi piace qui. Anche se “qui” è una parola sbagliata per questo posto. Ma ci tornerò.
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